25 fatti su di me
Ho fatto un giochino su Facebook che mi è piaciuto molto. Lo posto anche qui.
1. La mia famiglia me la sono scelta negli anni a scapito delle convenzioni.
2. Sono contenta di essere scontenta. Il non raggiungere un obiettivo mi mantiene attiva con nuove aspettative.
3. Le situazioni incomplete mi lasciano sospesa. Mi rendo conto di essere troppo inflessibile, seppur in modo “polite”, anche laddove dovrei fermarmi. Capisco che talvolta lo faccio per ristabilire i contesti “regolari”, ma una volta ottenuti, e magari scoperchiate le situazioni, non ho più nessun interesse in quella persona o quella situazione che avevo già reputato non meritevole.
4. Ho la sindrome Whoopi, ma solo pochissime persone care sanno di che si tratta. Googlare non serve, visto che l’ho inventata io.
5. Mi sento molto vicina alla canzone Capelli di Niccolo Fabi: “io senza capelli sono una pagina senza quadretti, i capelli sono rifugio per gli insetti, un nido per gli uccelli che si amano tranquilli fra i miei pensieri e il cielo. Sono la parte di me che mi somiglia di più”. Credo di aver sviluppato una sorta di crinopatia per cui a capelli lisci corrispondo più lineare, e a capelli ricci corrispondo a più felice e creativa.
6. Penso che non si debba cercare, ma trovare e che ci siano venti a cui non ci si può sottrarre.
7. Odio espressioni intercalari come “tranquilla” o “ci mancava ancora che”, le trovo inutili ed irritanti. Amo l’uso di “sebbene”, “benché” e “qualora”. Venero il congiuntivo che cerco di difendere dalla sua rottamazione (il che spiega il fatto precedente).
8. Invidio la parlata, la verve di persone come Luciana Littizzetto o Alessandro Cattelan (già)
9. Talvolta odio gli sms e maledico i giovani d’oggi.
10. Ho letto un sacco di libri zen, ma non riesco ancora a farli completamente miei.
11. Sto imparando a prendere certe cose con più distacco. Tengo molto all’integrità personale.
12. Credo nel destino e ho una serie di interessanti e brillanti teorie in merito.
13. Collegarmi a Gmail è un rituale.
14. Mi piace guardare film e telefilm in lingua, ma solo dopo mezzanotte.
15. Sono un po’ cinica e posso essere piuttosto nevrotica.
16. Non so perché, non ricordo di aver guardato alcun cartone da piccola, fatta eccezione per Denver, di cui probabilmente ero l’unica fan, e pochi altri.
17. Ho sempre amato Genova, ma credo di cominciare a odiarla. Probabilmente ho solo bisogno di starne lontana per un po’.
18. Mi piace avere la voce roca e non mi piacciono le mie mani.
19. Sogno un viaggio on the road in cui perdermi. Naturalmente solo tra donne!
20. Anni fa avevo un blog, scrivevo ed ero piuttosto apprezzata. Ho messo da un bel po’, e ricominciare è impossibile. E’ una cosa che mi dispiace.
21. Non ho ancora capito se ho poca fiducia in me, o se invece ne ho fin troppa. In realtà mi trovo interessante, ma spesso mi tratto da mediocre.
22. Summertime è una delle più belle canzoni al mondo. Billie Holiday ed Ella Fitzgerald mi tolgono il fiato, Janis Joplin mi strappa l’anima, ma Tori Amos (rarissima) è come un Prozac . Potrei fare un cd con queste quattro versioni in loop e non chiedere altro per molto tempo probabilmente.
23. Se sono nervosa mi do spesso il burro di cacao (infatti ne ho sparsi ovunque) e mi lavo spesso le mani.
24. Invece che dalle scarpe, sono ossessionata dagli orecchini. Seguono le borse.
25. Non amo i dolci (cioè non so più cosa dire e voglio leggere i vostri 25!)
Playlist emozionali
Giornata piovosa.. tornando in macchina a casa, senza cd, costretta all’uso della radio di domenica pomeriggio (terribile la spola tra il calcio e gli aggiornamenti autostradali) in un tratto poi come quello ligure, in cui è più il tempo in galleria, che quello con disponibilità di buona ricezione. Sentendo la prima, ed unica, buona canzone del viaggio, ho subito pensato al mio iPod, cercando di ricordare se la contenesse o meno, il pensiero poi mi è volato alle magiche playlist genius sfornate di recente da Apple per le quali dubito di ottenere un firmware tale da rendere il mio iPod Classic 160gb in grado di supportarle. Ad ogni modo mi dico, le mie playlist sono davvero belle, ci tengo e ne vado orgogliosa e strumenti come Pandora o Deezer mi hanno aiutata a farle crescere. Questo poi è diventato lo spunto per condividerle su un forum, con la speranza magari di riuscire ad allargare le loro capacità per il futuro. Questo è il report delle mie playlist, non ci sono molti lettori in questo blog, lo so
colpa anche mia, ma se chi passa ha voglia di convidere le proprie o commentare le mie, credo che lo spunto sia davvero interessante, almeno per chi tiene alla musica come me
Quindi ecco in ordine alfabetico le mie playlist emozionali, quelle che al di là del genere (per cui esiste la preziosa playlist dinamica) mi permettono un flusso logico di irrazionalità dandomi ispirazione e empatia:
- Depre: facile.. canzoni per deprimersi, che una donna ce n’ha sempre bisogno!
- Disco for pogo: canzoni tipo Justice vs Simian molto elettroniche, tendenzialmente quasi da .. discoteca .. ma che possono piacere anche ai rockers come me quando si sentono un po funky
- Dramarock: uno dei miei generi preferiti, ovvero tipo Nightwish o Epica e in parte anche Evanescence, ma che in generale per me comprende tutte quelle musiche che a un approccio pop o rock affiancano orchestre o cori (quindi, per dire, anche i vari Pavarotti & Friends)
- Ever: le supercanzoni di sempre
- Power: quelle canzoni rock che ti danno il pieno di carica/rabbia
- Revolver: canzoni rock che lasciano un dolceamaro in testa… insomma per riflettere, ma anche per prender power!
Di solito sono gruppi britannici tipo Aerogramme, ma anche qualcuna dei Linkin Park dall’ultimo disco, Stone Sour, Ben’s Brothers.. - Romance: ci vuole anche un po’ di romanticismo!
- So Good: canzoni solari, fresche, da sentire in macchina o a cuore leggero
- Steel Cut: questo mi è più difficile da spiegare.. Ma si tratta dell’evoluzione della playlist Revolver.. in questo caso sono comunque canzoni con una sensazione dolceamara, ma nella scelta privilegio un sound molto piu tagliente, tipo Pixies, Nicotine, Limp Bizkit o ecco, perfetti, i Metallica.
- Trip: canzoni di genere trip hop o sperimentazioni tra il jazz, l’ambient e la new wave, molto raffinate, emotivamente quasi oniriche e per certi versi decadenti
“E’ sorridere che rende felici” ripete spesso il saggio Ibrahim
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano è un film di François Dupeyron presentato a Venezia nel 2003 ambientato nella Parigi degli anni Cinquanta. E’ un viaggio delicato e meraviglioso oltre il tempo e lo spazio. La storia narra di Momo, un ragazzino ebreo, figlio di un padre assente e depresso, e di Ibrahim, turco di origini, ma parigino di adozione, padrone dell’emporio di quartiere dove Momo è solito fare la spesa, non sempre pagando il totale dovuto. Ibrahim sembra non vedere i piccoli furti, ma capisce il piccolo più di ogni altro, e presto riesce a instaurare un rapporto di profonda amicizia tanto da portarli, una volta morto il padre, a diventare padre e figlio tramite adozione.
Omar Sharif interpreta la parte di Ibrahim in modo straordinariamente convincente e sembra aver cesellato il ruolo di Ibrahim con grande passione e consacrazione. In effetti tra i due nasce presto un inaspettato quanto realistico confronto non solo tra generazioni, ma anche tra cultura e religioni spesso divise più dal senso comune che da reali dogmi. Un confronto che diventa insegnamento per entrambi e per lo spettatore.
Momo è interpretato da Pierre Boulanger , un giovane attore davvero espressivo. Il suo personaggio riesce, grazie alle impensate cure del negoziante Ibrahim, ad apprendere tutti quei valori che un padre frustrato e gretto, non è mai riuscito a trasmettergli, immaginando piuttosto un figlio mai esistito, ma perfetto, tale da alleviare le sue pene e le sue mancanze nell’educazione di Momo. Una situazione che aveva fortemente condizionato Momo, che avrebbe poi così odiato un fratello forse mai esistito, comprato la sua prima volta rompendo il suo salvadanaio e rifiutato una madre negligente che sarebbe poi tornata dopo anni.
Il film è costituito da un primo tempo apparentemente molto statico, ma ciò nonostante decisamente ritmato e brillante, che si svolge nel triangolo che intercorre tra la casa di Momo, la bottega di Ibrahim e la strada dove Momo osserva ragazzine e signore, e da un secondo tempo, apparentemente più dinamico che racconta il viaggio iniziatico che Ibrahim offre a Momo e che porterà a un finale forse, nel complesso del film, non troppo convincente, ma comunque formativo.
Di fatto Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano secondo me è un film piacevole e perfino divertente, nuovo nel suo genere, che conquista per la sua già detta freschezza che permette di raccontare una storia limpida impreziosita da piccoli fiori di saggezza, da coltivare e rendere fertili, tratti dalla lettura del Corano che riescono a mostrare un aspetto nuovo della religione mussulmana.
Tuttavia la battuta più volte ripetuta da Ibrahim “So cosa dice il MIO Corano” fa capire che non è tanto la religione canonica, sia essa cristiana o musulmana, a fare di una persona un uomo, ma che la felicità e la saggezza dipendono da noi stessi siccome solo dentro noi stessi, noi possiamo cercare e trovare la dottrina da seguire per essere liberi.
La regia da prova dello stile leggero con cui raccontare questo viaggio, simbolo di cambiamento e formazione, grazie alle frequenti situazioni divertenti (come l’esame di guida del buon Ibrahim) e all’uso dell’inquadratura a mano libera. La colonna sonora e l’insieme delle tonalità calde, ma colorate, rendono questo film sulla tolleranza, la comprensione e la riflessione, un prodotto di qualità da conservare e rivedere in silenzio, magari per risollevarsi da tempi cupi.
Di New York non puoi parlarne, ci devi vivere.
Avevo una specie di draft qui su WordPress, una bozza di idee e cose poco organiche. Il dopo New York, desideravo parlare delle emozioni che New York ti tira addosso, ma anche di cosa a New York si potesse fare. E’ tutto rimasto un po’ nella mia testa, un po nelle pile di articoli-guide-scontrini-e-appunti che volevo organizzare per tracciare una New York in quattro giorni. Poi, un po’ che a stendere guide organizzate sono poco pratica, che alla fine preferisco sempre andare a braccio, un po’ che interiorizzando il distacco verso quella città in cui improvvisamente avrei sognato di tentare qualcosa, me ne sono quasi allontanata, tutto è rimasto qui fermo. Ieri però vedo la nuova puntata di Ugly Betty, direttamente da ABC, come un fulmine ho ritrovato quelle emozioni, quelle che ti da la city soprattutto vista dall’alto.
Una scena che mi commuove, e lo fa ancora riguardandolo per la decima volta. Non so se emoziona solo me, che seguo Betty, o che mi rendo sensibile su questo. Più che per Betty, per l’algida Wilhelmina. Lei che come Miranda Presley è stupenda e non si lascia confondere dai sentimenti, decide di concedersi una silenziosa empatia (sui sentimenti e sugli uomini). Prova qualcosa per una persona, non lo ammette, ma sotto quella scorza rigida che tiene ovunque e che spaventa tutti, improvvisamente soffre, di nascosto e in silenzio. E poi arriva Betty, per caso. Che sparirebbe, con il suo dolore altrettanto grande. Ma benchè non siano amiche, anzi, questa condizione di empatia le unisce in quel incontro cosi assurdo e dunque cosi vero e umano. Cosi si mettono li, con una birra e New York sotto che scorre, è stupendo. Silenziose, perchè tanto è New York che da lassù parla per loro.
Già, New York.
(La canzone stupenda è Look di Sebastien Tellier)
Appartieni a NY istantaneamente. A volte non te ne rendi conto subito, perchè paradossalmente ti avvolge di infinita naturalezza. In realtà, almeno per un europeo, non è certo naturalezza quella che sta dentro a NY. E’ una cosa più preziosa, è l’orgoglio, il possesso, il controllo. NY, e NYC soprattutto, è qualunque cosa tu possa immaginare, e ne è consapevole e perciò, è del tutto naturale.
What’s wrong? E’ tutto staffacciatamente naturale.
Arrivi a NYC perchè te lo dicono, è quel genere di posti che evocando se stesso rimanda al meglio. Un luogo comune, spesso, forse, ma alla fine lo sai, lì troverai tutto quello che volevi. Non lo sai neanche precisamente cosa cerchi, ma sai che se arrivi lì, lo scopri e trovi anche di meglio.
Ero emozionata sul taxi che dal JFK mi portava a Manhattan. Guardavo fuori, divorando tutto. Il tassista era simpatico, mi hai chiesto da dove venivo e ha parlato un po (quello del ritorno ha acceso il navigatore nel display dei posti passaggeri e ha contato denaro per tutto il viaggio..).
Cos’ho pensato quando sono arrivata lì? Bè i primi due giorni non è che fossi già innamorata. Insomma, non è certo Roma, non è certo il Kenya, lì arrivi e rimani abbagliato dall’arte o dallo spettacolo della natura.
In qualche modo, io mi sono sconvolta dal primo istante, che New York è una citta verticale, dicono di guardare sempre in alto a proposito. Che ci sono un sacco di belle cose lassù, che girando a testa bassa ti perderesti. Ma fin dal primo istante io mi sentivo alla stessa altezza. E paradossalmente non è stato il verticalismo a schiacciarmi improvvisamente, ma l’orizzontalità una volta tornata a casa. Già, che lo dicono, che quando lasci New York hai la sensazione di cadere fuori dal mondo.
Cosi New York la vivi, la vivi decisamente a piedi. Con scarpe comode e borse grandi, che non si sa mai. E l’ispirazione, quella è dovunque, just walk down. Downtown, West Village, Chelsea, Central Park, Brooklyn, lo Staten Island Ferry, il Crysler Building, Soho, il Metropolitan. E il fumo, e le persone, e tutto il resto.
E’ che di New York non è mica facile parlarne poi. Ci devi vivere.
Bussana Vecchia
Il mercoledi delle ceneri è il primo giorno della Quaresima, per i cristiani il primo giorno del periodo penitenziale. Quelli di Bussana si erano preparati bene, avrebbero osservato il digiuno, aspettando la Pasqua. Era il 23 febbraio del 1887 e Bussana era un paese abitato come tanti. Un paese su quelle che in Liguria chiamiamo un po’ alture, ma in fondo era il primo entroterra che si incontrava salendo dal mare di Sanremo. Abitato come tanti, ma con una storia e una struttura decisamente affascinante: a 8 km a nord est di Sanremo, Bussana era un borgo medievale, arroccato su una collina rocciosa circondata dalla macchia mediterranea
Alle 6.21 molti di loro erano nelle case, nelle strade, alcuni già nella chiesa. Ma crollò il tetto della chiesa, quasi tutti furono vittime, e le case, le case crollano rotolando nelle piccole crose le loro ferite. Era un terremoto, violento, che avrebbe per sempre segnato il loro destino e quello del paese. Venti secondi soli e il paese fu distrutto. Ci fu chi si accampo alle pendici della collina, volevano capire, recuperare, ricostruire. Ma fu una commissione, già ai tempi tesa a speculare sui beni immobiliari convinse tutti che no, la situazione era tragica, la pericolosità della zona ingente, che bisognava trasferirsi a valle. Le autorità imposero il loro potere ai contrari e due anni dopo venne posata la prima pietra di Bussana, quella che venne poi chiamata Bussana nuova. I dissidenti rimasero fino al 1894 al massimo, dopo di che il paese fu abbandonato, e prese il nome di Bussana Vecchia. I Bussanesi se ne andarono insieme a Dio nello stesso modo in cui un giorno erano stati privati della loro terra, celebrando la Messa. Divenne terra di nessuno, un deposito a buon mercato di materiali da stoccaggio prima, riparo degli immigrati meridoniali dopo la seconda grande guerra. Costoro vennero allontanati dall’amministrazione sanremese e per farlo venne imposta la distruzione forzata di ciò che rimaneva di Bussana, della vecchia Bussana.
Già non molti anni dopo in realtà alcuni artisti scoprono il villaggio. Clizia, al secolo Mario Giani, fonda una comunità che si stabilisce in un luogo decadente, di meravigliosa ispirazione. Insieme all’amico pittore Vanni Giuffrè, Clizia tenta nel 59 di sancire una Costituzione che regoli la vita del villaggio. Le rovine infatti non sono più di proprietà di nessuno, chi vuole stabilirsi nel paese puo farle, dissero, purchè ristrutturi il proprio rudere con materiali esclusivamente presenti sul posto e ne usufruisca per sole finalità artistiche. Per subentrare a un inquilino che abbandonava la casa, bastava rifondergli le sole spese di ristrutturazione, se invece la casa fosse stata abbandonata per più di tre anni, sarebbe tornata alla comunità che ne avrebbe disposto nuova assegnazione. Ai tempi non era consentito vendere le proprie opere o aprire atelier sul posto. Gli abitanti di Bussana Vecchia stavano in un pugno, saranno stati una dozzina, e la costituzione funzionava. Smise di farlo quando agli abitanti parse inaccettabile dividere il proprio duro lavoro di ristrutturazione con l’intera comunità, ma risolsero ancora brillantemente, aprendo una galleria che raccoglieva le opere di tutti gli artisti del villaggio e mantenendo spazi comuni con l’apporto di tutti.
Clizia abbandonò il villaggio nel 1963, il paese nel frattempo era abitato solo stagionalmente, ma gli artisti crescevano e raggiunsero la trendina con il 68. Gli artisti e i liberi pensatori ora erano internazionali, a Bussana Vecchia non si parlava più solo l’italiano e il francese, ma anche l’inglese e il tedesco.
A quelli di Bussana Nuova, i cui padri si erano trasferiti nella città, tra i muri freddi e i fumi, non andava giù poi tanto. Lassù cominciavano invece le prime divergenze, il gruppo si divide, e poi nasce il primo atelier individuale. Quelli di Bussana nuova non si lasciano scappare l’opportunità, osteggiano la ripopolazione, fanno sgomberare nello stesso anno, quelli di lassù si ricompattano, per necessità, fanno barricata e il villaggio si ricompatta nonostante le tensioni. Gli stagionali non sentono la necessità di acqua corrente e corrente elettrica, di gallerie e atellier. Gli stanziali si. Sono gli anni settanta a dare un colpo di scopa ai problemi interni, la proprietà privata si delinea sempre più come una necessità, per quanto in netto contrasto con la costituzione iniziale. Il tutto mentre i nuovi “Amici di Bussana” cioè i discendenti di coloro che dalla vecchia giunsero alla nuova Bussana, ora volevano riappropriarsi dei propri spazi.
Il turismo si accorge di Bussana, è un turismo di èlite, ma gli stanziali sfruttano il mercato con opere artistiche e di artigianato, d’altronde loro devono contare su questi proventi. Nel 74 l’acquedotto si allaccia al paese e due anni dopo, di comune intento, viene fondato il Comitato del Borgo di Bussana Vecchia: riconosciuto ufficialmente dal comune di Sanremo e dall’amministrazione di Bussana Nuova, porta corrente elettrica, boom economico speculativo sul turismo e conseguente abbassamento qualitativo della produzione artistica. Se nell’82 Sanremo si interessa al luogo, non più villaggio, per ristrutturarlo, due anni dopo la Finanza stabilisce che gli edifici erano di proprietà dello Stato, gli abitanti avrebbero potuto comunque fare richiesta per attribuzione della proprietà per usucapione, ma la burocrazia fa il suo corso solo per pochi. La lotta si protrae ancora oggi, tra turismo e l’istituzione del Laboratorio Aperto, a colpi di decreti e carte bollate i residenti.
Oggi Bussana Vecchia è una meta di turismo ma non troppo, si riesce a passeggiare nei suoi carugi senza incontare anima viva, o incontrato solo gatti, cani liberi, e un vecchio lama. Conserva la sua struttura medievale, a pigna, e porta i bei segni dell’Ottocento che ha vissuto. La chiesa, distrutta, è visibile solo dall’esterno, in quanto pericolante, ma ancora visibili sono gli stucchi originali e il campanile simbolo del villaggio in quanto miracolosamente scampato al sisma.
E’ un luogo per lo spirito prima del corpo, della creatività, prima ancora del pensiero. Camminando si ha davvero la sensazione che sia stato fatto tutto il possibile, tra la speculazione e il necessario bisogno di progredire, per mantenere genuino il modus vivendi, pochi segni della tecnologia, pur presenti, molta ospitalità, poche persone per la strada (sono stata fortunata) con cui è piacere dare saluto, porte lasciate aperte e grandi risate da ogni giardino.
Il post è lungo, lo so, ma questa volta mi andava di fare cosi..
Qualche foto che ho scattato:
Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 2.0 Creative Commons Licence
Gestire la trasparenza sui video di YouTube
Come sappiamo in video di YouTube sono in formato Flash, e come sappiamo Flash gestisce la trasparenza. Infatti è possibile rendere trasparente il suo sfondo: in questo modo, il colore o l’immagine di sfondo della pagina HTML che contiene il filmato Flash consentono di far trasparire gli oggetti sotto il filmato e il livellamento del contenuto Flash con il contenuto DHTML.
Ma come incorporare un video flv di YouTube sul proprio sito, pur mantenendo la trasparenza, proprio come se fosse un flash? Semplice, trattandolo proprio come un oggetto flash, ovvero aggiungendo le seguenti righe:
<param name="wmode" value="transparent">
al tag objetc, e
wmode="transparent"
al tag embed.
Nero di seppia
Ci sono persone a cui ho risposto male. Sono quelle che in realtà si sarebbero meritate risposte migliori. Ce ne sono altre a cui ho sempre cercato di rispondere bene. Forse meno di altri l’avrebbero meritato.
Ce ne sono altre a cui non ho mai risposto. E forse non c’è altro da aggiungere. A volte non ho l’entusiasmo di cui mi riempio la bocca e gli occhi. Spesso non ho il coraggio che da fuori dicono che io dimostri, le palle che dicono che io abbia. Ma se ho delle mie colpe, quelle sono solo mie.
Così la voce bassa, che non si fa capire. E poi finisce che mi mi si capisce fin troppo.
E poi, va a finire che appoggio la testa sulle sue spalle, rimboccando il colletto di una camicia, tutto torna indietro. Al principio. Allo zero. E non sarebbe altro che perfetto.
YouTube Self Destruction
Ho appena visitato la pagina speciale che YouTube ha dedicato all’uscita del gioco Wario Land: Shake It dopo aver letto la segnalazione su uno dei miei blog preferiti: Julius Design.
Pagina speciale, sì, che semplicemente si autodistruggerà durante la riproduzione del video! Realizzata in action script 3, è un promo decisamente innovativo, affascinante e coerente con lo stile Wii.
E io la voglio sempre di più. Solo che ci passerei le notti, e non andrebbe mica tanto bene..


































